Promosso dal Comune di Calenzano con l'organizzazione dell'Associazione Turistica di Calenzano è stato bandito per domenica 10 febbraio il “Carnevale Medievale “ dentro le antiche mura del Castello di Calenzano Alto.
Il Sindaco Alessio Biagioli ed il Presidente dell'Associazione Turistica Saverio Carmagnini hanno messo a punto il ricco programma per quello che è definito l'unico Carnevale a completa ambientazione medievale.
Infatti il Carnevale di Calenzano è l'unico in Italia a vantare una cornice così unica ed affascinante ed è anche l'unico a coniugare divertimento, aggregazione sociale ed a lanciare un messaggio di pace e tranquillità per tutti coloro che vi prenderanno parte bambini o adulti che siano.
La macchina del tempo riporterà tutti indietro di oltre sette secoli e si accenderà alle 14 quando il corteggio composto da oltre 500 figuranti provenienti da tutti i Borghi di Calenzano come Sommaia, Settimello, Carraia, Legri, Nome di Gesù, Le Croci, Fogliaia, attraverserà tutto il centro di Calenzano per arrivare in Piazza Vittorio Veneto per il saluto alla voce e gli sbandieramenti di rito del Gruppo Storico LA SIGNORIA DI FIRENZE. Il corteggio poi si muoverà alla volta del Castello di Calenzano Alto dove nella impareggiabile cornice delle antiche mura banchi stracolmi di mercanzie del mercato medievale , giochi, prodotti locali, e artigianali, attenderanno il saluto dei figuranti in costume.
Fonte: met.provincia.fi.it
domenica 27 gennaio 2013
giovedì 17 gennaio 2013
A Genova: "Storia in Commenda", ciclo di conferenze su percorsi storico-artistici nella Città
Dal 26 gennaio al 11 maggio 2013 ciclo di conferenze sui percorsi storico-artistici nella città di Genova con cadenza quindicinale, nel Museoteatro della Commenda di Prè salone primo piano, sempre di sabato alle ore 16.00, ingresso libero.
L'iniziativa è ideata ed organizzata dal professor Domenico Ricci e dal fotografo Filippo Maiani in collaborazione con Mu.MA e il Centro Banchi.
Programma delle conferenze nel 2013:
26 gennaio “Il pellegrino medioevale a Genova”.
09 febbraio “Il monachesimo a Genova e Liguria”.
23 febbraio “ San Lorenzo casa di Dio e del popolo”.
9 marzo “Sacre reliquie a Genova e famiglia Doria”.
23 marzo “ Sovrapporta e portali a Genova”.
6 aprile “Maria regina e le edicole votive”.
20 aprile “Arrivo del cristianesimo e arte romanica”.
11 maggio “Cimitero monumentale di Staglieno” .
Fonte: genova.ogginotizie.it
L'iniziativa è ideata ed organizzata dal professor Domenico Ricci e dal fotografo Filippo Maiani in collaborazione con Mu.MA e il Centro Banchi.
Programma delle conferenze nel 2013:
26 gennaio “Il pellegrino medioevale a Genova”.
09 febbraio “Il monachesimo a Genova e Liguria”.
23 febbraio “ San Lorenzo casa di Dio e del popolo”.
9 marzo “Sacre reliquie a Genova e famiglia Doria”.
23 marzo “ Sovrapporta e portali a Genova”.
6 aprile “Maria regina e le edicole votive”.
20 aprile “Arrivo del cristianesimo e arte romanica”.
11 maggio “Cimitero monumentale di Staglieno” .
Fonte: genova.ogginotizie.it
martedì 15 gennaio 2013
"I Savoia e i loro simboli", ciclo di conferenze e mostra a Torino
La mostra si inaugurerà presso la Biblioteca della Regione Piemonte, a Torino, in Via Confienza 14, il 23 gennaio 2013 alle ore 17.00.
L'esposizione, frutto di una virtuosa collaborazione tra pubblico e privato, sarà accompagnata da un ciclo di conferenze e lezioni di storia sabauda e piemontese.
Negli Stati sabaudi, al di qua e al di là delle Alpi, si è diffuso nel corso dei secoli un sorta di culto civile della monarchia, divenuta in progresso di tempo simbolo e garante di unità, autonomia e identità dei suoi popoli.
In rapporto a questo "culto" (ed anche a dirette relazioni, carriere, riconoscimenti) ancora oggi in molte case subalpine si conservano testimonianze e cimeli riguardanti i Savoia e - direttamente o indirettamente - la microstoria di singoli luoghi e famiglie o la "grande" storia del Piemonte e dell'Italia.
Il materiale ora esposto, appartenente alla collezione di Mauro Giacomino Piovano, è stato selezionato per offrire un semplice esempio di tanti materiali (carte geografiche, libri, armi bianche, decorazioni militari e cavalleresche, medaglie commemorative, diplomi, patenti...) capaci di evocare un passato di cui essere orgogliosi e del quale fare tesoro di fronte alle evoluzioni e alle sfide del futuro.
Programma:
23 gennaio (h 17.00)
Inaugurazione mostra e conferenza
I Savoia e i loro simboli
30 gennaio (h 17.00)
Conferenza
Adelaide e Carolina: due principesse sabaude spose in Baviera e in Sassonia
6 febbraio (h 17.00)
Conferenza
Il Bucintoro dei Savoia – La Peota Reale di Carlo Emanuele III 1731
13 febbraio (h 17.00)
Conferenza
7 febbraio 1563 Emanuele Filiberto di Savoia entra in Torino: 450 anni da capitale
20 febbraio (h 17.00)
Conferenza
Segni d’onore, di battaglia e di carità. Gli ordini cavallereschi dei Savoia, storia e distintivi
L'esposizione, frutto di una virtuosa collaborazione tra pubblico e privato, sarà accompagnata da un ciclo di conferenze e lezioni di storia sabauda e piemontese.
Negli Stati sabaudi, al di qua e al di là delle Alpi, si è diffuso nel corso dei secoli un sorta di culto civile della monarchia, divenuta in progresso di tempo simbolo e garante di unità, autonomia e identità dei suoi popoli.
In rapporto a questo "culto" (ed anche a dirette relazioni, carriere, riconoscimenti) ancora oggi in molte case subalpine si conservano testimonianze e cimeli riguardanti i Savoia e - direttamente o indirettamente - la microstoria di singoli luoghi e famiglie o la "grande" storia del Piemonte e dell'Italia.
Il materiale ora esposto, appartenente alla collezione di Mauro Giacomino Piovano, è stato selezionato per offrire un semplice esempio di tanti materiali (carte geografiche, libri, armi bianche, decorazioni militari e cavalleresche, medaglie commemorative, diplomi, patenti...) capaci di evocare un passato di cui essere orgogliosi e del quale fare tesoro di fronte alle evoluzioni e alle sfide del futuro.
Programma:
23 gennaio (h 17.00)
Inaugurazione mostra e conferenza
I Savoia e i loro simboli
30 gennaio (h 17.00)
Conferenza
Adelaide e Carolina: due principesse sabaude spose in Baviera e in Sassonia
6 febbraio (h 17.00)
Conferenza
Il Bucintoro dei Savoia – La Peota Reale di Carlo Emanuele III 1731
13 febbraio (h 17.00)
Conferenza
7 febbraio 1563 Emanuele Filiberto di Savoia entra in Torino: 450 anni da capitale
20 febbraio (h 17.00)
Conferenza
Segni d’onore, di battaglia e di carità. Gli ordini cavallereschi dei Savoia, storia e distintivi
giovedì 10 gennaio 2013
Ricerca storica sui pellegrinaggi nel Mezzogiorno medievale
Il pellegrinaggio è una pratica devozionale consistente nel recarsi a un santuario o a un luogo comunque sacro con sentimenti di devozione, venerazione, amore.
Federica Monteleone, ricercatore di Storia Medievale presso l'Università di Bari, esperta di storia politico-religiosa e di storia del pellegrinaggio, già autrice di altre importanti pubblicazioni, presenta per i tipi di Schena Editore il volume “Il pellegrinaggio nel Mezzogiorno medievale”.
La pubblicazione è il frutto di una serie di studi che hanno richiesto un lungo periodo di approfondimento delle specifiche tematiche sull'argomento.
La raccolta è una sorta di bilancio della ricerca svolta dall'autrice negli anni sul tema del pellegrinaggio nel Mezzogiorno medievale, con l'intento di fornire uno strumento di agevole utilizzazione a fini didattici.
L'interessante volume accompagna il lettore attraverso un percorso di ricerca relativo al Santuario di San Michele Arcangelo sul Monte Gargano, riportando documenti, fatti storici, aspetti politici, motivazioni spirituali, ricerche agiografiche, culto micaelico, archeologia e iconografia. Anche gli aspetti leggendari e letterari, che quasi sempre accompagnano i grandi fenomeni della storia sono stati considerati da Monteleone.
Pasquale Corsi, che firma la presentazione, scrive che «Si tratta di un'opera che risulta una conferma di quanto già dimostrato dall'Autrice nei suoi precedenti studi ed una promessa ben fondata di future ricerche».
Fonte: Il Giornale di Puglia (www.giornaledipuglia.com)
La pubblicazione è il frutto di una serie di studi che hanno richiesto un lungo periodo di approfondimento delle specifiche tematiche sull'argomento.
La raccolta è una sorta di bilancio della ricerca svolta dall'autrice negli anni sul tema del pellegrinaggio nel Mezzogiorno medievale, con l'intento di fornire uno strumento di agevole utilizzazione a fini didattici.
L'interessante volume accompagna il lettore attraverso un percorso di ricerca relativo al Santuario di San Michele Arcangelo sul Monte Gargano, riportando documenti, fatti storici, aspetti politici, motivazioni spirituali, ricerche agiografiche, culto micaelico, archeologia e iconografia. Anche gli aspetti leggendari e letterari, che quasi sempre accompagnano i grandi fenomeni della storia sono stati considerati da Monteleone.
Pasquale Corsi, che firma la presentazione, scrive che «Si tratta di un'opera che risulta una conferma di quanto già dimostrato dall'Autrice nei suoi precedenti studi ed una promessa ben fondata di future ricerche».
Fonte: Il Giornale di Puglia (www.giornaledipuglia.com)
giovedì 3 gennaio 2013
La Befana medievale....
È ecologica, perché viaggia su una scopa; animalista, tanto da non sfruttare le povere renne; proletaria, visto che si veste senza mai usare capi griffati; e giusta, perché premia solo chi se lo merita.
È così che la Befana cavalca i cieli del mondo nella notte tra il 5 e il 6 gennaio. La sua origine si perde nella notte dei tempi discendendo da tradizioni magiche precristiane, prima di fondersi con elementi folcloristici e cristiani.
Le sue radici risalgono alle tradizioni dei popoli celtici, insediati in tutta la pianura padana e su parte delle Alpi. I Celti celebravano strani riti (officiati da maghi-sacerdoti chiamati Druidi) durante i quali grandi fantocci di vimini venivano dati alle fiamme per onorare divinità misteriose.
Divinità non troppo benigne, se è vero - come riferiscono alcune fonti - che in epoche antiche all’interno dei fantocci si legavano vittime sacrificali, animali e, talvolta, prigionieri di guerra.
La Befana è una figura femminile legata a Madre Natura e a tradizioni agrarie pagane relative all’inizio dell’anno.
L’aspetto da vecchia rappresenta l’anno trascorso, pronto per essere bruciato e per poi “rinascere” come anno nuovo. Un’ipotesi suggestiva è quella che collega la Befana con una festa romana, che si svolgeva all’inizio dell’anno in onore di Giano e di Strenia (da cui deriva il termine “strenna”) e durante la quale si scambiavano regali. Di fatto, il rito pagano delle dodici notti dopo il Natale (ovvero dopo il solstizio invernale) era legato a fantastiche figure femminili che volavano sui campi appena seminati per propiziare i raccolti futuri. Finchè la dodicesima notte dopo il Natale (6 gennaio) si celebrava la morte e la rinascita della Natura.
Gli antichi Romani pensavano che a guidare le dodici donne fosse Diana, dea lunare della vegetazione; altri, invece, una divinità misteriosa chiamata Satia (dal latino satiaetas, sazietà) o Abundia (da abundantia). Più tardi, la Chiesa condannò con estremo rigore tali credenze, definendole frutto di influenze sataniche.
Tali sovrapposizioni diedero origine a molte personificazioni diverse che sfociarono, nel Medioevo, nella nostra attuale Befana. Vecchia e brutta perché rappresenta la Natura ormai spoglia che poi rinascerà: è l’immagine dell’anno ormai consunto che porta il nuovo e poi svanisce. Il suo aspetto laido, rappresentazione di tutte le passate pene, assume una funzione apotropaica per diventare figura sacrificale, quindi da bruciare. Prima di perire però, la vecchina passava a distribuire doni e dolci a tutti, in modo da piantare i semi per l’anno successivo. Il termine Epifania deriva dal greco “Epifaneia” (manifestazione, illuminazione), che si riferisce al primo manifestarsi di Gesù Cristo ai Re Magi, dodici giorni dopo la sua nascita. Nel rito bizantino dei cristiani orientali l’epifania è rimasta più vicina al suo significato originario, quello del battesimo di Gesù nel Giordano. Mentre per i cristiani occidentali, la ricorrenza ricorda ormai soltanto la venuta dei Re Magi, ossia la presentazione di Gesù ai pagani.
È così che la Befana cavalca i cieli del mondo nella notte tra il 5 e il 6 gennaio. La sua origine si perde nella notte dei tempi discendendo da tradizioni magiche precristiane, prima di fondersi con elementi folcloristici e cristiani.
Le sue radici risalgono alle tradizioni dei popoli celtici, insediati in tutta la pianura padana e su parte delle Alpi. I Celti celebravano strani riti (officiati da maghi-sacerdoti chiamati Druidi) durante i quali grandi fantocci di vimini venivano dati alle fiamme per onorare divinità misteriose.
Divinità non troppo benigne, se è vero - come riferiscono alcune fonti - che in epoche antiche all’interno dei fantocci si legavano vittime sacrificali, animali e, talvolta, prigionieri di guerra.
La Befana è una figura femminile legata a Madre Natura e a tradizioni agrarie pagane relative all’inizio dell’anno.
L’aspetto da vecchia rappresenta l’anno trascorso, pronto per essere bruciato e per poi “rinascere” come anno nuovo. Un’ipotesi suggestiva è quella che collega la Befana con una festa romana, che si svolgeva all’inizio dell’anno in onore di Giano e di Strenia (da cui deriva il termine “strenna”) e durante la quale si scambiavano regali. Di fatto, il rito pagano delle dodici notti dopo il Natale (ovvero dopo il solstizio invernale) era legato a fantastiche figure femminili che volavano sui campi appena seminati per propiziare i raccolti futuri. Finchè la dodicesima notte dopo il Natale (6 gennaio) si celebrava la morte e la rinascita della Natura.
Gli antichi Romani pensavano che a guidare le dodici donne fosse Diana, dea lunare della vegetazione; altri, invece, una divinità misteriosa chiamata Satia (dal latino satiaetas, sazietà) o Abundia (da abundantia). Più tardi, la Chiesa condannò con estremo rigore tali credenze, definendole frutto di influenze sataniche.
Tali sovrapposizioni diedero origine a molte personificazioni diverse che sfociarono, nel Medioevo, nella nostra attuale Befana. Vecchia e brutta perché rappresenta la Natura ormai spoglia che poi rinascerà: è l’immagine dell’anno ormai consunto che porta il nuovo e poi svanisce. Il suo aspetto laido, rappresentazione di tutte le passate pene, assume una funzione apotropaica per diventare figura sacrificale, quindi da bruciare. Prima di perire però, la vecchina passava a distribuire doni e dolci a tutti, in modo da piantare i semi per l’anno successivo. Il termine Epifania deriva dal greco “Epifaneia” (manifestazione, illuminazione), che si riferisce al primo manifestarsi di Gesù Cristo ai Re Magi, dodici giorni dopo la sua nascita. Nel rito bizantino dei cristiani orientali l’epifania è rimasta più vicina al suo significato originario, quello del battesimo di Gesù nel Giordano. Mentre per i cristiani occidentali, la ricorrenza ricorda ormai soltanto la venuta dei Re Magi, ossia la presentazione di Gesù ai pagani.
Concorso Nazionale di scrittura creativa "Raccontare il Medioevo"
L’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo - comunica il Miur - indice un concorso nazionale di scrittura creativa sul tema "Raccontare il Medioevo", riservato agli alunni della scuola secondaria di primo grado.
Le istituzioni scolastiche che intendono partecipare al concorso dovranno darne comunicazione all’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo (P.zza dell’Orologio 4 – 00186 Roma) entro il 16 marzo 2013, al seguente indirizzo email: scuola.storica@isime.it
Gli elaborati dovranno pervenire entro il 30 marzo 2013 secondo le modalità del bando:
Apri il link al bando
Roma, Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Dipartimento per l’Istruzione, Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici e per l’Autonomia Scolastica. Concorso Nazionale di scrittura creativa "Raccontare il Medioevo".
Le istituzioni scolastiche che intendono partecipare al concorso dovranno darne comunicazione all’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo (P.zza dell’Orologio 4 – 00186 Roma) entro il 16 marzo 2013, al seguente indirizzo email: scuola.storica@isime.it
Gli elaborati dovranno pervenire entro il 30 marzo 2013 secondo le modalità del bando:
Apri il link al bando
Roma, Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Dipartimento per l’Istruzione, Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici e per l’Autonomia Scolastica. Concorso Nazionale di scrittura creativa "Raccontare il Medioevo".
Al cinema "Saving General Yang": Prossima epopea nel medioevo cinese
Saving General Yang, kolossal cinese diretto da Ronnie Yu che uscirà anche in America nei primi mesi del 2013.
Il film utilizza elementi fantasy per romanzare una storia realmente accaduta: quella dell’agguerrita famiglia Yang, vissuta più di mille anni fa. Il clan in questione è diventato simbolo di tenacia e fedeltà incrollabile per aver combattuto in difesa del “Regno di Mezzo”, governato dalla dinastia Song, generazione dopo generazione.
La trama di Saving General Yang pescherà a piene mani dalle storie popolari conosciute appunto come Generali della Famiglia Yang (Yang Jia Jiang) e si concentrerà sul modo in cui gli otto figli misero in atto il salvataggio del padre imprigionato. Nel cast del film troviamo Ekin Cheng, Chun Wu, Vic Chou, Fan Xu, Raymond Lam, Bo Yu, Chen Li e Xin Bo Fo. Il ruolo del capofamiglia è affidato ad Adam Cheng, cantante e attore molto famoso in oriente.
Il film utilizza elementi fantasy per romanzare una storia realmente accaduta: quella dell’agguerrita famiglia Yang, vissuta più di mille anni fa. Il clan in questione è diventato simbolo di tenacia e fedeltà incrollabile per aver combattuto in difesa del “Regno di Mezzo”, governato dalla dinastia Song, generazione dopo generazione.
La trama di Saving General Yang pescherà a piene mani dalle storie popolari conosciute appunto come Generali della Famiglia Yang (Yang Jia Jiang) e si concentrerà sul modo in cui gli otto figli misero in atto il salvataggio del padre imprigionato. Nel cast del film troviamo Ekin Cheng, Chun Wu, Vic Chou, Fan Xu, Raymond Lam, Bo Yu, Chen Li e Xin Bo Fo. Il ruolo del capofamiglia è affidato ad Adam Cheng, cantante e attore molto famoso in oriente.
domenica 23 dicembre 2012
In libreria gli scritti sul pensiero medievale di Umberto Eco
Dopo anni passati a fare ricerche sull’estetica medievale, esce il libro “Scritti sul pensiero medievale”, edito da Bompiani, un’opera che raccoglie, in forma completa, tutti gli elaborati pubblicati da Umberto Eco a partire dal 1956 fino al 2010.
Si tratta una raccolta di articoli, scritti per giornali e convegni, a partire dagli anni universitari, sulla semiotica medievale, la filosofia e l’estetica. L’intento dell’opera è quello di restituire al lettore un’immagine precisa di un’epoca a molti ancora oscura, focalizzando l’attenzione sull’aspetto estetico e i concetti filosofici di bellezza.
Il quadro che emerge è molto affascinante e originale, ricco di illustrazioni e richiami a tematiche moderne. Con originalità e forza, Umberto Eco restituisce un’idea ben precisa del Medioevo, non più oscuro lasso di tempo tra due importanti epoche storiche, ma epoca di pensatori da cui si può apprendere ancora molto.
La prima parte del libro si focalizza sull’estetica medievale di Tommaso d’Aquino, facendo degli excursus sulla semantica dell’arbor porphyriana e sulla nozione aristotelica di metafora. Ci sono anche esplorazioni sul linguaggio animale, sulle tecniche di falsificazione e sul riciclo.
C’è spazio per i testi di Beato di Liebana e la letteratura di Dante e di Raimondo Lullo, fino ad arrivare ai testi giovanili di Joyce.
La seconda parte, meno accademica, cerca di attualizzare le idee dei pensatori medievali, facendo luce su quanto, molte riflessioni moderne abbiano le loro radici nel Medioevo, come ad esempio le riflessioni di Tommaso a proposito degli embrioni.
Tra i capitoli più interessanti c’è quello sul concetto metafisico di bellezza nel Paradiso di Dante.
L’opera abbraccia un arco di sessant’anni, ma è stata anche rivista e corretta per apparire un unico insieme compatto e uniforme. Umberto Eco ha cercato di far conoscere con interesse e passione i testi dei pensatori medievali, riuscendo a trasmettere al lettore la curiosità e la scoperta anche per nomi sconosciuti.
Tratto da befan.it (di Elisa Chiodi)
Si tratta una raccolta di articoli, scritti per giornali e convegni, a partire dagli anni universitari, sulla semiotica medievale, la filosofia e l’estetica. L’intento dell’opera è quello di restituire al lettore un’immagine precisa di un’epoca a molti ancora oscura, focalizzando l’attenzione sull’aspetto estetico e i concetti filosofici di bellezza.
Il quadro che emerge è molto affascinante e originale, ricco di illustrazioni e richiami a tematiche moderne. Con originalità e forza, Umberto Eco restituisce un’idea ben precisa del Medioevo, non più oscuro lasso di tempo tra due importanti epoche storiche, ma epoca di pensatori da cui si può apprendere ancora molto.
La prima parte del libro si focalizza sull’estetica medievale di Tommaso d’Aquino, facendo degli excursus sulla semantica dell’arbor porphyriana e sulla nozione aristotelica di metafora. Ci sono anche esplorazioni sul linguaggio animale, sulle tecniche di falsificazione e sul riciclo.
C’è spazio per i testi di Beato di Liebana e la letteratura di Dante e di Raimondo Lullo, fino ad arrivare ai testi giovanili di Joyce.
La seconda parte, meno accademica, cerca di attualizzare le idee dei pensatori medievali, facendo luce su quanto, molte riflessioni moderne abbiano le loro radici nel Medioevo, come ad esempio le riflessioni di Tommaso a proposito degli embrioni.
Tra i capitoli più interessanti c’è quello sul concetto metafisico di bellezza nel Paradiso di Dante.
L’opera abbraccia un arco di sessant’anni, ma è stata anche rivista e corretta per apparire un unico insieme compatto e uniforme. Umberto Eco ha cercato di far conoscere con interesse e passione i testi dei pensatori medievali, riuscendo a trasmettere al lettore la curiosità e la scoperta anche per nomi sconosciuti.
Tratto da befan.it (di Elisa Chiodi)
lunedì 24 settembre 2012
Cardini e il medioevo per bambini: in libreria la leggenda di Artù
Le favole piacciono anche agli adulti. Da leggere e, in questo periodo, forse ancora di più da scrivere o riscrivere, almeno a giudicare da quanti autori di saggi e romanzi “maturi” si stiano accostando al mondo dei più piccoli.
È il caso di Franco Cardini, docente universitario di storia medievale, che per l’editore Gallucci, ha deciso di raccontare ai ragazzi le “Storie di Re Artù e dei suoi cavalieri”.
Il medioevo esce così dalla dimensione puntuale della storiografia per entrare dichiaratamente nel fantastico e affrontare il tema della leggenda come produzione e proiezione. Nessuna riflessione eccessivamente alta, però, non è roba da bambini, quello proposto è un vero e proprio racconto in stile chiaro, pulito, diretto, per essere più facilmente comprensibile ai giovani lettori, ma non per questo meno suggestivo o affascinante.
D’altronde, non è la prima volta che Cardini si rivolge ai ragazzi. Obiettivo: coniugare fascino narrativo, chiarezza stilistica e precisione di dettagli e conoscenze. Di pagina in pagina, rivivono così le avventure di Excalibur, Merlino, Lancillotto – e il suo amore con Ginevra – e tutti i cavalieri della Tavola Rotonda. Ad arricchire e animare il viaggio le illustrazioni del pittore senese Cecco Mariniello.
Tratto da leggo.it (di Valeria Arnaldi)
Il medioevo esce così dalla dimensione puntuale della storiografia per entrare dichiaratamente nel fantastico e affrontare il tema della leggenda come produzione e proiezione. Nessuna riflessione eccessivamente alta, però, non è roba da bambini, quello proposto è un vero e proprio racconto in stile chiaro, pulito, diretto, per essere più facilmente comprensibile ai giovani lettori, ma non per questo meno suggestivo o affascinante.
D’altronde, non è la prima volta che Cardini si rivolge ai ragazzi. Obiettivo: coniugare fascino narrativo, chiarezza stilistica e precisione di dettagli e conoscenze. Di pagina in pagina, rivivono così le avventure di Excalibur, Merlino, Lancillotto – e il suo amore con Ginevra – e tutti i cavalieri della Tavola Rotonda. Ad arricchire e animare il viaggio le illustrazioni del pittore senese Cecco Mariniello.
Tratto da leggo.it (di Valeria Arnaldi)
martedì 26 luglio 2011
Scoperta tomba presso la Piramide del Sole a Visoko in Bosnia-Erzegovina
Il 22 luglio è stata scoperta una tomba, di una tipologia mai vista prima, all’interno di uno dei tunnel Ravne nei pressi della Piramide del Sole del famoso gruppo di piramidi scoperte nel 2005 a Visoko (Bosnia-Erzegovina).
La Fondazione Bosniaca (Archaeological Park: Bosnian Pyramid of the Sun), che cura gli scavi sulle piramidi a Visoko, si avvale da poco più di un anno della collaborazione di un gruppo italiano di ricerca (SB Research Group) capitanato dal Prof. De Bertolis dell’università di Trieste.
La settimana scorsa la redazione di Runa Bianca è stata contattata dal Prof. De Bertolis per avvalersi della collaborazione dell’Arch. Vincenzo Di Gregorio e di alcune apparecchiature tra cui anche un georadar sofisticato costruito nelle officine di Pisa.
Già in passato negli stessi luoghi altri avevano tentato di scandagliare con dei georadar il terreno, ma con poca fortuna. Grazie invece al georadar in dotazione e con l’esperienza di Di Gregorio si è riusciti ad individuare un’anomalia posta sotto il piano di calpestio di un tratto dei tunnel Ravne.Ad un primo esame la struttura rilevata potrebbe essere una sepoltura composta da due corpi posti a profondità differenti: il primo a 1,5 metri di profondità ed il secondo a 3 metri. Due camere sovrapposte interamente in pietra con una morfologia simile a due rombi, al loro interno il tracciato del georadar mostra delle aree bianche corrispondenti ad aria. Si può presumere la presenza di due salme sospese nel mezzo. Le dimensioni delle sepolture risultano essere quelle canoniche di 1 x 2 metri circa. La profondità dell’intero complesso però arriva a circa 4,3 metri. Gli scavi sono iniziati il 25 luglio e sono tutt’ora in corso. Se venisse accertato che la struttura sia realmente una sepoltura doppia sarebbe un unicum nella storia dell’archeologia. La struttura a “rombi” contrapposti evidenziata dal tracciato del georadar, e illustrata da uno schizzo prospettico 3D indicativo, non è stata sinora mai osservata in un complesso funerario. Poiché la metodologia di sepoltura è strettamente connessa alla cultura del popolo che l’ha creata, questa particolarissima tomba potrebbe gettare luce su un periodo storico poco conosciuto e addirittura su di un popolo probabilmente ancora sconosciuto. Da studi effettuati con tecniche non invasive dallo staff della redazione della rivista Runa Bianca è emerso altresì che la tomba è intatta, e quindi se arricchita da un corredo funerario, lo stesso è in loco esattamente come è stato messo dai suoi costruttori. Lo studio del corredo funerario servirà, forse per la prima volta, per ottenere importantissime informazioni sugli utilizzatori dei tunnel di Ravne, del loro periodo, della loro cultura e della loro religione, che si sospetta fosse legata al culto della madre terra e per questo avessero scelto dei tunnel per deporre i loro personaggi di maggior spicco. Ai primi di Settembre a Sarajevo verranno comunicati i risultati dei lavori effettuati quest’anno presso le piramidi bosniache, e la redazione di Runa Bianca con questa sua eccezionale scoperta, avrà un posto di rilievo in questo convegno.
Per maggiori informazioni e aggiornamenti si può contattare la redazione di Runa Bianca all’indirizzo redazione@runabianca.it oppure visitare il sito www.runabianca.it e www.antikitera.net che seguiranno da vicino lo sviluppo della scoperta.
Tratto da runabianca.it
martedì 1 marzo 2011
Tracce di architettura templare nel Cast(el)lo S.Aglo nel territorio di Aquila, verso un restauro delle finiture murarie e degli iconemi nelle strutture murarie
L’Autrice, arch. Flavia Festuccia, nel libro “Tracce di architettura templare nel Cast(el)lo S.Aglo nel territorio di Aquila..” ha descritto i caratteri stilistici e costruttivi di un castello, quello di Castel S.Angelo ora in provincia di Rieti, al fine di arrivare a documentare materialmente un sito finora sconosciuto, sia sotto l’aspetto dell’attribuzione dei caratteri architettonici sia del passato storico, ripercorso attraverso l’attenta comparazione degli elementi architettonici, scultorei e pittorici presenti, con quelli individuati in altri siti templari e cistercensi in Italia, Francia e Spagna.
L’esame dei caratteri stilistici è validamente supportato dai rilievi architettonici e dalla documentazione d’archivio citata. Il libro riporta immagini inedite di interni ed esterni di edifici – in gran parte privati -presenti nel sito , nonché rilievi grafici e fotografie d’archivio, spesso documentazione tratta dalla tesi di laurea e specializzazione dell’Autore.
Dopo un’introduzione sul templarismo in Abruzzo e sull’importanza della conservazione e del restauro dei centri storici al fine della trasmissione alle generazioni future dei caratteri peculiari dell’architettura locale, l’Autrice si sofferma sul monumento principale, l’antica Sala dei Cavalieri ( Chiesa di Santa Maria della Porta) esaminandone la storia, la struttura architettonica e la simbologia.
Effettua dei confronti tipologici con i castelli della Francia e della Spagna per poi arrivare all’individuazione dei caratteri stilistici e tipologici riconducibili all’arte templare, meglio specificati nel capitolo “La simbologia nell’abitato”.
La presenza degli Angiò nell’abitato comportò sicuramente l’utilizzo di maestranze provenienti per formazione dalla Francia ed operanti nel territorio di L’Aquila.
La complessa iconologia, rilevata negli antropomorfismi decorativi presenti negli intagli delle pietre strutturali delle costruzioni, censiti dall’Autrice e confrontati con analoghe rappresentazioni presenti nel Mezzogiorno francese, rimandano indiscutibilmente al complesso mondo di scambi culturali instauratosi con le Crociate attraverso il veicolo dei templari.
La presenza di raffigurazioni di angeli, di cui la più esplicativa è quella dell’angelo coronato e turrito, si rilega, non casualmente alla leggenda del trasporto della Casa della Vergine a Loreto, nelle Marche, da parte di alcuni cavalieri, spesso identificati dalla tradizione agiografica, con degli angeli.
Sempre al mondo mistico-sacrale si ricollegano le numerose raffigurazioni dell’Ostia Consacrata, individuata da dischi raggianti e contenenti il trigramma IHS, interpretato comunemente nell’acronimo Ihesus Hominum Salvator di S.Beranardino (a l’Aquila) , ma più probabilmente derivato dal più antico gruppo sillabico IHE – SUS, cioè le prime tre lettere del nome di Cristo, poste sull’Ostia per connotarne la natura, sin dal medioevo utilizzato da S.Bernardo da Chiaravalle, fondatore dell’ordine templare.
Tali rilievi sono spesso associati ad insegne di mestieri con cui, in almeno un caso, formano dei possibili testi letterari.
Trattasi, insomma, di un complesso abaco iconografico la cui lettura costituisce l’interpretazione della vita quotidiana degli abitanti del luogo: una sorta di esposizione figurata che rimanda a contatti d’oltremare sia verso il sud della Francia che verso oriente, la Terrasanta.
A testimonianza storica dell’appartenenza dell’Universitas degli abitanti locali al Distretto di Aquila nel secolo XVI, si riporta un Capitolo affrescato, individuato durante il lavoro di Tesi di specializzazione in Restauro dei Monumenti, fornendone la trascrizione, traduzione e proposta per un restauro che, vista la situazione attuale, come documentato dalle fotografie, rappresenta un’esigenza primaria improcrastinabile per la sua conservazione.
Il presente lavoro costituisce pertanto un’indagine accurata sull’appartenenza/presenza della “comunità locale delle origini” insediatasi nel territorio, ad un tipo di maestranze provenienti dalla Francia legata anche alla presenza di templari lungo la Via Salaria per L’Aquila, presenza già individuata lungo la Statale 17 da altri autori ma scoperta per la prima volta da Flavia Festuccia lungo tale direttrice.
Il testo insomma da una parte mette in luce una possibile forte presenza templare nel Castrum e dall’altra pone all’attenzione del lettore, in una visione più ampia l’importanza del restauro delle finiture murarie e degli iconemi nei centri storici, avvalorando una concezione del restauro che superi la vecchia panacea dei piani di recupero, soluzione adottata per il recupero dei centri abitati degadati, basati su una legislazione ormai desueta che spesso prevede tecniche non conservative e non osservanti della facies architettonica degli edifici storici; tali considerazioni sul restauro sono particolarmente rivolte a tutti quei centri storici, L’Aquila compresa che dovrebbero essere oggetto di un attento restauro e consolidamento.
Recensione di Stefano Antonetti, direttore tecnico nella SAAR, MIbac.
L’esame dei caratteri stilistici è validamente supportato dai rilievi architettonici e dalla documentazione d’archivio citata. Il libro riporta immagini inedite di interni ed esterni di edifici – in gran parte privati -presenti nel sito , nonché rilievi grafici e fotografie d’archivio, spesso documentazione tratta dalla tesi di laurea e specializzazione dell’Autore.
Dopo un’introduzione sul templarismo in Abruzzo e sull’importanza della conservazione e del restauro dei centri storici al fine della trasmissione alle generazioni future dei caratteri peculiari dell’architettura locale, l’Autrice si sofferma sul monumento principale, l’antica Sala dei Cavalieri ( Chiesa di Santa Maria della Porta) esaminandone la storia, la struttura architettonica e la simbologia.
Effettua dei confronti tipologici con i castelli della Francia e della Spagna per poi arrivare all’individuazione dei caratteri stilistici e tipologici riconducibili all’arte templare, meglio specificati nel capitolo “La simbologia nell’abitato”.
La presenza degli Angiò nell’abitato comportò sicuramente l’utilizzo di maestranze provenienti per formazione dalla Francia ed operanti nel territorio di L’Aquila.
La complessa iconologia, rilevata negli antropomorfismi decorativi presenti negli intagli delle pietre strutturali delle costruzioni, censiti dall’Autrice e confrontati con analoghe rappresentazioni presenti nel Mezzogiorno francese, rimandano indiscutibilmente al complesso mondo di scambi culturali instauratosi con le Crociate attraverso il veicolo dei templari.
La presenza di raffigurazioni di angeli, di cui la più esplicativa è quella dell’angelo coronato e turrito, si rilega, non casualmente alla leggenda del trasporto della Casa della Vergine a Loreto, nelle Marche, da parte di alcuni cavalieri, spesso identificati dalla tradizione agiografica, con degli angeli.
Sempre al mondo mistico-sacrale si ricollegano le numerose raffigurazioni dell’Ostia Consacrata, individuata da dischi raggianti e contenenti il trigramma IHS, interpretato comunemente nell’acronimo Ihesus Hominum Salvator di S.Beranardino (a l’Aquila) , ma più probabilmente derivato dal più antico gruppo sillabico IHE – SUS, cioè le prime tre lettere del nome di Cristo, poste sull’Ostia per connotarne la natura, sin dal medioevo utilizzato da S.Bernardo da Chiaravalle, fondatore dell’ordine templare.
Tali rilievi sono spesso associati ad insegne di mestieri con cui, in almeno un caso, formano dei possibili testi letterari.
Trattasi, insomma, di un complesso abaco iconografico la cui lettura costituisce l’interpretazione della vita quotidiana degli abitanti del luogo: una sorta di esposizione figurata che rimanda a contatti d’oltremare sia verso il sud della Francia che verso oriente, la Terrasanta.
A testimonianza storica dell’appartenenza dell’Universitas degli abitanti locali al Distretto di Aquila nel secolo XVI, si riporta un Capitolo affrescato, individuato durante il lavoro di Tesi di specializzazione in Restauro dei Monumenti, fornendone la trascrizione, traduzione e proposta per un restauro che, vista la situazione attuale, come documentato dalle fotografie, rappresenta un’esigenza primaria improcrastinabile per la sua conservazione.
Il presente lavoro costituisce pertanto un’indagine accurata sull’appartenenza/presenza della “comunità locale delle origini” insediatasi nel territorio, ad un tipo di maestranze provenienti dalla Francia legata anche alla presenza di templari lungo la Via Salaria per L’Aquila, presenza già individuata lungo la Statale 17 da altri autori ma scoperta per la prima volta da Flavia Festuccia lungo tale direttrice.
Il testo insomma da una parte mette in luce una possibile forte presenza templare nel Castrum e dall’altra pone all’attenzione del lettore, in una visione più ampia l’importanza del restauro delle finiture murarie e degli iconemi nei centri storici, avvalorando una concezione del restauro che superi la vecchia panacea dei piani di recupero, soluzione adottata per il recupero dei centri abitati degadati, basati su una legislazione ormai desueta che spesso prevede tecniche non conservative e non osservanti della facies architettonica degli edifici storici; tali considerazioni sul restauro sono particolarmente rivolte a tutti quei centri storici, L’Aquila compresa che dovrebbero essere oggetto di un attento restauro e consolidamento.
giovedì 30 dicembre 2010
Università di Pisa, ricerca sui tracciati appenninici percorsi da pellegrini, briganti e cavalieri
Una ricerca fa luce sui tracciati appenninici percorsi da pellegrini e cavalieri e sugli antichi ospedali.
Il Medioevo chiede udienza agli archeologi. Non è il titolo di un film di fantascienza, ma l’obiettivo del progetto “Viabilità tra pianura Padana e Tirreno”. Nato nel 2008 dalla cattedra di Metodologia della ricerca archeologica dell’Università di Pisa, è un percorso di studi che si propone di ricostruire la viabilità storica medievale sui versanti dell’Appennino, tra Lunigiana orientale e Reggiano, tra i quali il Parco Nazionale dell’Appennino tosco emiliano, con la fondamentale collaborazione delle soprintendenze per i Beni Archeologici di Toscana e Emilia Romagna. A coordinare le iniziative è il dottor Massimo Dadà, assegnista di ricerca presso il dipartimento di Scienze archeologiche dell’Ateneo. La professoressa Letizia Gualandi, invece, è responsabile del comitato scientifico del progetto. “Scoprire strade antiche - spiega Dadà - è l’anima del nostro lavoro che coinvolge gli universitari con indagini archeologiche sul campo”.
Obbiettivi del progetto. “In archeologia - dice Dadà - investire in ricerche nelle aeree montane è difficile e dispendioso.” Nonostante le difficoltà, il ricercatore e la sua squadra sono riusciti a realizzare ricognizioni sul versante appenninico tra le province di Parma, Reggio Emilia, Massa Carrara e Lucca. L’obiettivo è quello di documentare i tratti ancora riconoscibili dei tracciati viari di più antica frequentazione, quelli che venivano percorsi mille anni fa da mercanti, pellegrini e briganti, ma anche dai cavalieri che abitavano queste terre. Grazie allo studio delle carte e alle indagini sul campo il gruppo è riuscito ad individuare alcuni tratti ben conservati di due antichissime direttrici: quella che veniva chiamata la Strada Parmesana, che collegava il Passo del Cerreto con Pratizzano e poi procedeva verso la val d’Enza, e la strada della valle del Secchia che scendeva dal passo del Cerreto verso Castelnovo ne’Monti.
L’ospedale tra i monti. Un ospedale medievale torna alla luce grazie agli scavi archeologici effettuati dagli universitari pisani. Si tratta dell’ospedale di San Lorenzo nel “Passo dell’Ospedalaccio”. Alcune documentazioni storiche testimoniano l’esistenza di una prateria spaziosa nella quale erano ubicate le vestigia dell’ospedale, che pare si trovasse nel versante lunigianese. Dopo una ricognizione in superficie, grazie alla quale è stato individuato il sito preciso dell’edificio presso il passo dell’Ospedalaccio, è stato condotto lo scavo archeologico. “Le nostre ricerche - spiega Dadà - ci hanno permesso di individuare la piccola cappella dedicata probabilmente a San Lorenzo e una capanna in legno, purtroppo dalla funzione incerta.” Accanto alla cappella vi sono altri edifici probabilmente dedicati all’accoglienza. “Infatti - chiarisce Dadà - più che di un ospedale nel senso proprio del termine, nel Medioevo si parla di ‘ospizio’ o ‘ospitale’, un luogo che dava accoglienza e conforto religioso ai pellegrini”.
Ancora tanto da scoprire. Rimane aperta anche l’indagine sul monastero di Linari, che insieme all’ospedale di San Lorenzo rappresentava un punto cruciale per chi percorreva i passi appenninici nell’antichità. L’esistenza di questo luogo è testimoniata da un documento del 1045 e il legame con l’antica viabilità è certificato anche dall’ubicazione in prossimità di un importante passo appenninico, oggi noto come Lagastrello. “Nell’area di Linari- dice Dadà - sono state effettuate ricognizioni per ricostruire il reticolo viario che attraversava il passo ed è stata fatta una analisi delle strutture murarie ancora visibili nel sito. Tutti i dati raccolti sono propedeutici ad una futura campagna di scavi archeologici, la cui esecuzione è subordinata alla messa in sicurezza dei ruderi”.
2011: conclusione del progetto. Durante l’inverno verranno rielaborati i dati ottenuti sul campo. Il progetto procederà il prossimo anno grazie a nuove ricognizioni. E nel 2011 che si terrà un convegno che vuole essere la summa delle ricerche e degli studi che il dottor Dadà e la sua squadra hanno svolto in quattro anni.
Fonte: università di pisa (Antonella Lanza)
Il Medioevo chiede udienza agli archeologi. Non è il titolo di un film di fantascienza, ma l’obiettivo del progetto “Viabilità tra pianura Padana e Tirreno”. Nato nel 2008 dalla cattedra di Metodologia della ricerca archeologica dell’Università di Pisa, è un percorso di studi che si propone di ricostruire la viabilità storica medievale sui versanti dell’Appennino, tra Lunigiana orientale e Reggiano, tra i quali il Parco Nazionale dell’Appennino tosco emiliano, con la fondamentale collaborazione delle soprintendenze per i Beni Archeologici di Toscana e Emilia Romagna. A coordinare le iniziative è il dottor Massimo Dadà, assegnista di ricerca presso il dipartimento di Scienze archeologiche dell’Ateneo. La professoressa Letizia Gualandi, invece, è responsabile del comitato scientifico del progetto. “Scoprire strade antiche - spiega Dadà - è l’anima del nostro lavoro che coinvolge gli universitari con indagini archeologiche sul campo”.
Obbiettivi del progetto. “In archeologia - dice Dadà - investire in ricerche nelle aeree montane è difficile e dispendioso.” Nonostante le difficoltà, il ricercatore e la sua squadra sono riusciti a realizzare ricognizioni sul versante appenninico tra le province di Parma, Reggio Emilia, Massa Carrara e Lucca. L’obiettivo è quello di documentare i tratti ancora riconoscibili dei tracciati viari di più antica frequentazione, quelli che venivano percorsi mille anni fa da mercanti, pellegrini e briganti, ma anche dai cavalieri che abitavano queste terre. Grazie allo studio delle carte e alle indagini sul campo il gruppo è riuscito ad individuare alcuni tratti ben conservati di due antichissime direttrici: quella che veniva chiamata la Strada Parmesana, che collegava il Passo del Cerreto con Pratizzano e poi procedeva verso la val d’Enza, e la strada della valle del Secchia che scendeva dal passo del Cerreto verso Castelnovo ne’Monti.
L’ospedale tra i monti. Un ospedale medievale torna alla luce grazie agli scavi archeologici effettuati dagli universitari pisani. Si tratta dell’ospedale di San Lorenzo nel “Passo dell’Ospedalaccio”. Alcune documentazioni storiche testimoniano l’esistenza di una prateria spaziosa nella quale erano ubicate le vestigia dell’ospedale, che pare si trovasse nel versante lunigianese. Dopo una ricognizione in superficie, grazie alla quale è stato individuato il sito preciso dell’edificio presso il passo dell’Ospedalaccio, è stato condotto lo scavo archeologico. “Le nostre ricerche - spiega Dadà - ci hanno permesso di individuare la piccola cappella dedicata probabilmente a San Lorenzo e una capanna in legno, purtroppo dalla funzione incerta.” Accanto alla cappella vi sono altri edifici probabilmente dedicati all’accoglienza. “Infatti - chiarisce Dadà - più che di un ospedale nel senso proprio del termine, nel Medioevo si parla di ‘ospizio’ o ‘ospitale’, un luogo che dava accoglienza e conforto religioso ai pellegrini”.
Ancora tanto da scoprire. Rimane aperta anche l’indagine sul monastero di Linari, che insieme all’ospedale di San Lorenzo rappresentava un punto cruciale per chi percorreva i passi appenninici nell’antichità. L’esistenza di questo luogo è testimoniata da un documento del 1045 e il legame con l’antica viabilità è certificato anche dall’ubicazione in prossimità di un importante passo appenninico, oggi noto come Lagastrello. “Nell’area di Linari- dice Dadà - sono state effettuate ricognizioni per ricostruire il reticolo viario che attraversava il passo ed è stata fatta una analisi delle strutture murarie ancora visibili nel sito. Tutti i dati raccolti sono propedeutici ad una futura campagna di scavi archeologici, la cui esecuzione è subordinata alla messa in sicurezza dei ruderi”.
2011: conclusione del progetto. Durante l’inverno verranno rielaborati i dati ottenuti sul campo. Il progetto procederà il prossimo anno grazie a nuove ricognizioni. E nel 2011 che si terrà un convegno che vuole essere la summa delle ricerche e degli studi che il dottor Dadà e la sua squadra hanno svolto in quattro anni.
Fonte: università di pisa (Antonella Lanza)
martedì 13 gennaio 2009
Il DNA degli antichi manoscritti medievali, la creazione di un data base genetico delle pergamene su cui sono redatti potrebbe consentire di determinare data e luogo di composizione
La creazione di un data base genetico delle pergamene su cui sono redatti potrebbe consentire di determinare data e luogo di composizione.
Le più antiche e prestigiose biblioteche europee conservano migliaia di manoscritti medievali, per buona parte dei quali non si è finora riusciti a stabilire con esattezza il luogo e gli anni in cui sono stati vergati. Ora un ricercatore della North Carolina State University sta sviluppando una serie di tecniche che potrebbero chiarire l’esatta origine di questi scritti.
Partendo dal fatto che gran parte di questi manoscritti sono stati redatti su pergamena, Timothy Stinson ha pensato di sfruttare le tecniche che consentono di estrarre e analizzare il DNA ancora presente in questi fogli ricavati da pelle animale.
In tal modo il ricercatore sta cercando di costruire un data base genetico che possa essere utilizzato pe determinare quando e dove sia stato scritto un testo su pergamena. “La datazione e la localizzazione dei manoscritti rappresenta storicamente un problema che continua a ripresentarsi - ha osservato Stinson - in quanto, finora, ci si è ampiamente basati sul tipo di grafia e sul dialetto degli amanuensi e scrittori che hanno creato i manoscritti, tecniche che per molteplici ragioni possono dimostrarsi non affidabili.”
Secondo Stinson il problema potrebbe essere risolto dalla creazione di punti di riferimento ottenuti grazie al DNA estratto da un numero ridotto di pergamene che possono essere datate e localizzate con notevole sicurezza. Ogni manoscritto può fornire un cospicuo numero di dati genetici, spiega Stinson perché in un tipico volume medievale si può trovare la pelle anche di un centinaio di animali.
La ricerca, dice Stinson, “ci permetterà anche di tracciare le rotte del commercio delle pergamene nel mondo medievale, un risultato che potrebbe fornire dati significativi sull’evoluzione dell’industria del libro in quell’epoca”.
Stinson presenterà i suoi primi risultati della sua ricerca il 23 gennaio prossimo nel corso del congresso annuale della Bibliographical Society of America in programma a New York.
Fonte: L’Espresso
Le più antiche e prestigiose biblioteche europee conservano migliaia di manoscritti medievali, per buona parte dei quali non si è finora riusciti a stabilire con esattezza il luogo e gli anni in cui sono stati vergati. Ora un ricercatore della North Carolina State University sta sviluppando una serie di tecniche che potrebbero chiarire l’esatta origine di questi scritti.
Partendo dal fatto che gran parte di questi manoscritti sono stati redatti su pergamena, Timothy Stinson ha pensato di sfruttare le tecniche che consentono di estrarre e analizzare il DNA ancora presente in questi fogli ricavati da pelle animale.
In tal modo il ricercatore sta cercando di costruire un data base genetico che possa essere utilizzato pe determinare quando e dove sia stato scritto un testo su pergamena. “La datazione e la localizzazione dei manoscritti rappresenta storicamente un problema che continua a ripresentarsi - ha osservato Stinson - in quanto, finora, ci si è ampiamente basati sul tipo di grafia e sul dialetto degli amanuensi e scrittori che hanno creato i manoscritti, tecniche che per molteplici ragioni possono dimostrarsi non affidabili.”
Secondo Stinson il problema potrebbe essere risolto dalla creazione di punti di riferimento ottenuti grazie al DNA estratto da un numero ridotto di pergamene che possono essere datate e localizzate con notevole sicurezza. Ogni manoscritto può fornire un cospicuo numero di dati genetici, spiega Stinson perché in un tipico volume medievale si può trovare la pelle anche di un centinaio di animali.
La ricerca, dice Stinson, “ci permetterà anche di tracciare le rotte del commercio delle pergamene nel mondo medievale, un risultato che potrebbe fornire dati significativi sull’evoluzione dell’industria del libro in quell’epoca”.
Stinson presenterà i suoi primi risultati della sua ricerca il 23 gennaio prossimo nel corso del congresso annuale della Bibliographical Society of America in programma a New York.
Fonte: L’Espresso
domenica 17 agosto 2008
Sindone: verso nuova controversia, Oxford disposta a riesame
Il mistero della Sacra Sindone potrebbe riaprirsi: John e Rebecca Jackson hanno incassato l’appoggio dell’Università di Oxford per riconsiderare l’età del sudario di Cristo. Nel 1989 la sindone era stata datata 1325, cioè un falso medievale. Ma Jackson, fisico americano e professore dell’Università del Colorado, - riporta il Los Angeles Times - agli esami condotti all’epoca non aveva mai creduto: molti altri elementi del lenzuolo, incluse le sue caratteristiche e i dettagli dell’immagine, suggeriscono che è molto più antico, ha più volte spiegato Jackson ipotizzando che la contaminazione dovuta agli elevati livelli di monossido di carbonio ha alterato il test al carbonio 14 utilizzato nel 1988.
A distanza di 20 anni, Jackson ha ora la possibilità di invalidare la datazione precedentemente ottenuta. E a farlo non sarà da solo visto che l’Università di Oxford, che ha partecipato al test originale al radiocarbonio, ha dichiarato la propria disponibilità a collaborare e a riconsiderare l’età della sindone. Se Jackson dimostrerà che le tecniche usate negli esami precedenti hanno fatto sì che la sindone risultasse più recente di quanto non lo sia veramente, il fisico americano spera di poter ottenere il riesame del sacro lenzuolo, custodito a Torino.
"Ci sono molte prove che lasciano pensare che la sindone sia più vecchia di quanto stabilito con gli esami al radiocarbonio, e quindi ulteriori ricerche sono necessarie", afferma in un comunicato Christopher Ramsey, numero uno della Oxford Radiocarbon accelerator unit.
Fonte: Swissinfo.ch
A distanza di 20 anni, Jackson ha ora la possibilità di invalidare la datazione precedentemente ottenuta. E a farlo non sarà da solo visto che l’Università di Oxford, che ha partecipato al test originale al radiocarbonio, ha dichiarato la propria disponibilità a collaborare e a riconsiderare l’età della sindone. Se Jackson dimostrerà che le tecniche usate negli esami precedenti hanno fatto sì che la sindone risultasse più recente di quanto non lo sia veramente, il fisico americano spera di poter ottenere il riesame del sacro lenzuolo, custodito a Torino.
"Ci sono molte prove che lasciano pensare che la sindone sia più vecchia di quanto stabilito con gli esami al radiocarbonio, e quindi ulteriori ricerche sono necessarie", afferma in un comunicato Christopher Ramsey, numero uno della Oxford Radiocarbon accelerator unit.
Fonte: Swissinfo.ch
mercoledì 19 marzo 2008
Sacra Sindone: «Il Medioevo? Data inattendibile Il lenzuolo risale al primo secolo»
Il professor Giulio Fanti dell’università di Padova, è convinto dell’inattendibilità della datazione al radiocarbonio effettuata nel 1988 sulla Sindone di Torino
«Sfido chiunque a riprodurre l’immagine sindonica. Nessuno è in grado di farlo…». Il professor Giulio Fanti, docente di misure meccaniche e termiche all’università di Padova è convinto dell’inattendibilità della datazione al radiocarbonio effettuata nel 1988 sulla Sindone di Torino, il lenzuolo che secondo la tradizione avrebbe avvolto il corpo di Gesù nel sepolcro. E lo intende dimostrare, portando nuovi elementi sulla modalità in cui la misteriosa immagine si è formata, con il volume La Sindone. Una sfida alla scienza moderna (Aracne editrice, pp. 608, 42 euro) a giorni in libreria. Il Giornale l’ha intervistato, alla vigilia del documentario che la Bbc manderà in onda il Sabato santo. Nel filmato uno degli scienziati che fecero la datazione al carbonio 14 stabilendo che la Sindone risaliva al medioevo, Christopher Ramsey, ha sostenuto che quei risultati potrebbero essere messi in discussione dagli «effetti ambientali».
Partiamo dalla datazione. Che cosa ha scoperto?
«Non è una scoperta solo mia. Rifacendo i calcoli sulla base dei dati forniti dai tre laboratori che eseguirono l’esame al radiocarbonio nel 1988 ci si rende conto che è stato commesso un errore di calcolo. L’attendibilità della datazione medioevale è pari soltanto all’1,2 per cento. Cioè assolutamente inattendibile».
Com’è potuto accadere un errore di questo genere?
«Diversi studiosi hanno dimostrato già da tempo che i risultati della datazione, in base al test statistico cosiddetto di Pearson, hanno una probabilità superiore al 95 per cento di non corrispondere a quelli della Sindone. è stato inserito nella formula un numero sbagliato, che ha falsato il risultato finale, un 31 è stato sostituito con un 17. Questo farebbe pensare persino a una manomissione finalizzata a ottenere il risultato desiderato».
è un’accusa grave…
«I numeri sono numeri. E sono inattendibili. Queste confutazioni sono scritte da scienziati. Forse c’è una lobby che teme la verità su quei calcoli, teme di doversi rimangiare il risultato sulla Sindone di origine medioevale, quando tutto, invece, lascia pensare che sia molto più antica e che risalga al primo secolo».
Perché, allora, quella data medioevale?
«Nel mio libro pubblico i risultati di una recentissima ricerca fatta dal ricercatore Gerardo Ballabio: riesaminando il dato delle età dei tre campioni presi in considerazione dai laboratori si nota una variazione che arriva anche a 200 anni nello stesso piccolo brandello di tessuto. In pochi centimetri quadrati, una variazione enorme. Questo indica inequivocabilmente che c’è stata una contaminazione esterna e dimostra l’inattendibilità del risultato».
Quali contaminazioni potrebbero aver falsato l’età della Sindone?
«Sono diverse. Dal sudore delle mani di chi stendeva il lenzuolo, tenendolo proprio nella zona da cui sono stati prelevati i campioni, all’incendio avvenuto nel 1532 a Chambery. Infine, non bisogna sottovalutare l’elemento delle radiazioni… ».
Che cosa c’entrano le radiazioni con la Sindone?
«Per riprodurre un’immagine in quel modo bisogna supporre una fonte di energia agente a distanza, ma che si scatena dall’interno del corpo dell’uomo che vi è avvolto. Una radiazione di grande intensità ma di brevissima durata, millisecondi, forse solo nanosecondi. Stiamo cercando di verificarlo a livello sperimentale all’Enea di Frascati. è stato come un lampo».
E che cosa l’avrebbe provocato? La risurrezione?
«Non lo sappiamo. Sappiamo solo che l’unico modo per cercare di ottenere qualcosa di simile alla Sindone, anche se per il momento in un frammento piccolissimo di tessuto, è una forte radiazione».
Dunque la Sindone non è dipinta…
«No. Assolutamente no. Chi continua a dire che è stata realizzata da Leonardo, o che è stata fatta scaldando un bassorilievo, non sa quel che dice. Nella Sindone non c’è passaggio di colorazione attraverso le fibre del lino. L’immagine si è formata per irradiazione».
Non credo che il Comitato di controllo sul paranormale, sarebbero d’accordo…
«Devo smentirla. Proprio il Cicap, a Torino, nel 2002, ha concluso che il modo in cui l’immagine si è formata non è chiarito. Sfido chiunque a rifare una copia della Sindone con le stesse caratteristiche microscopiche e macroscopiche. Sono a capo di un gruppo di un centinaio di studiosi che discute su questo argomento, “Shroud Science”: abbiamo stilato un elenco di 100 caratteristiche che ha la Sindone e che dovrebbe avere un’eventuale riproduzione. Nessuno però è in grado di farla».
«Sfido chiunque a riprodurre l’immagine sindonica. Nessuno è in grado di farlo…». Il professor Giulio Fanti, docente di misure meccaniche e termiche all’università di Padova è convinto dell’inattendibilità della datazione al radiocarbonio effettuata nel 1988 sulla Sindone di Torino, il lenzuolo che secondo la tradizione avrebbe avvolto il corpo di Gesù nel sepolcro. E lo intende dimostrare, portando nuovi elementi sulla modalità in cui la misteriosa immagine si è formata, con il volume La Sindone. Una sfida alla scienza moderna (Aracne editrice, pp. 608, 42 euro) a giorni in libreria. Il Giornale l’ha intervistato, alla vigilia del documentario che la Bbc manderà in onda il Sabato santo. Nel filmato uno degli scienziati che fecero la datazione al carbonio 14 stabilendo che la Sindone risaliva al medioevo, Christopher Ramsey, ha sostenuto che quei risultati potrebbero essere messi in discussione dagli «effetti ambientali».
Partiamo dalla datazione. Che cosa ha scoperto?
«Non è una scoperta solo mia. Rifacendo i calcoli sulla base dei dati forniti dai tre laboratori che eseguirono l’esame al radiocarbonio nel 1988 ci si rende conto che è stato commesso un errore di calcolo. L’attendibilità della datazione medioevale è pari soltanto all’1,2 per cento. Cioè assolutamente inattendibile».
Com’è potuto accadere un errore di questo genere?
«Diversi studiosi hanno dimostrato già da tempo che i risultati della datazione, in base al test statistico cosiddetto di Pearson, hanno una probabilità superiore al 95 per cento di non corrispondere a quelli della Sindone. è stato inserito nella formula un numero sbagliato, che ha falsato il risultato finale, un 31 è stato sostituito con un 17. Questo farebbe pensare persino a una manomissione finalizzata a ottenere il risultato desiderato».
è un’accusa grave…
«I numeri sono numeri. E sono inattendibili. Queste confutazioni sono scritte da scienziati. Forse c’è una lobby che teme la verità su quei calcoli, teme di doversi rimangiare il risultato sulla Sindone di origine medioevale, quando tutto, invece, lascia pensare che sia molto più antica e che risalga al primo secolo».
Perché, allora, quella data medioevale?
«Nel mio libro pubblico i risultati di una recentissima ricerca fatta dal ricercatore Gerardo Ballabio: riesaminando il dato delle età dei tre campioni presi in considerazione dai laboratori si nota una variazione che arriva anche a 200 anni nello stesso piccolo brandello di tessuto. In pochi centimetri quadrati, una variazione enorme. Questo indica inequivocabilmente che c’è stata una contaminazione esterna e dimostra l’inattendibilità del risultato».
Quali contaminazioni potrebbero aver falsato l’età della Sindone?
«Sono diverse. Dal sudore delle mani di chi stendeva il lenzuolo, tenendolo proprio nella zona da cui sono stati prelevati i campioni, all’incendio avvenuto nel 1532 a Chambery. Infine, non bisogna sottovalutare l’elemento delle radiazioni… ».
Che cosa c’entrano le radiazioni con la Sindone?
«Per riprodurre un’immagine in quel modo bisogna supporre una fonte di energia agente a distanza, ma che si scatena dall’interno del corpo dell’uomo che vi è avvolto. Una radiazione di grande intensità ma di brevissima durata, millisecondi, forse solo nanosecondi. Stiamo cercando di verificarlo a livello sperimentale all’Enea di Frascati. è stato come un lampo».
E che cosa l’avrebbe provocato? La risurrezione?
«Non lo sappiamo. Sappiamo solo che l’unico modo per cercare di ottenere qualcosa di simile alla Sindone, anche se per il momento in un frammento piccolissimo di tessuto, è una forte radiazione».
Dunque la Sindone non è dipinta…
«No. Assolutamente no. Chi continua a dire che è stata realizzata da Leonardo, o che è stata fatta scaldando un bassorilievo, non sa quel che dice. Nella Sindone non c’è passaggio di colorazione attraverso le fibre del lino. L’immagine si è formata per irradiazione».
Non credo che il Comitato di controllo sul paranormale, sarebbero d’accordo…
«Devo smentirla. Proprio il Cicap, a Torino, nel 2002, ha concluso che il modo in cui l’immagine si è formata non è chiarito. Sfido chiunque a rifare una copia della Sindone con le stesse caratteristiche microscopiche e macroscopiche. Sono a capo di un gruppo di un centinaio di studiosi che discute su questo argomento, “Shroud Science”: abbiamo stilato un elenco di 100 caratteristiche che ha la Sindone e che dovrebbe avere un’eventuale riproduzione. Nessuno però è in grado di farla».
Fonte: il Giornale
Iscriviti a:
Post (Atom)



